Leggendo le pagine di Cechov non si può non essere
catturati o per lo meno colpiti dall’apatia, dalla
mancanza di stimoli della società che egli descrive
in molte sue opere.
La vacuità, la stessa del paesaggio russo che Levitan
ha più volte dipinto, neve, freddo anche d’estate
e un senso di malinconia e al contempo di presagio, di attesa;
quella vacuità la ritroviamo nei racconti, nel teatro
dei grandi Vanjia, delle Sorelle, dei grandi e classici
Giardini così come nel carteggio e ancora nelle opere
“minori” negli atti unici e nei vaudevilles
come quello che presento oggi.
Nonostante il filtro del comico è facile assaporare
anche ne “La proposta di matrimonio” e nel suo
apparente carattere giocoso, un’idea di isolamento
interiore, di vuoto, di aspirazioni frustrate, di anelito
alla bellezza come punto di fuga dalla piatta prospettiva
di una Russia di fine secolo, di una borghesia priva di
stimoli, animale da molti, troppi anni in gabbia che squarcia
l’apatia con lampi nevrotici di energia, monomanie
di monadi impazzite.
Spazio e tempo?... nulli! Inesorabilmente fermi, noiosamente
fermi in attesa... in attesa di che? In attesa che aspirazioni
neanche troppo grandi e irraggiungibili si facciano (da
sé) realtà, in attesa che qualcosa cambi.
Non ci si ascolta più nel teatro di Cechov, ognuno
bada a sé e recita da sé le sue battute...
e lo spettacolo? è un incontro di diverse linee di
pensiero che per incanto o più semplicemente per
casualità si intrecciano in un testo formalmente
coerente ma privo di azione. Reclusi nella loro realtà
i personaggi sembrano ripetere meccanicamente un rito, una
storia e delle parole, anche nei pochi sprazzi di vivacità
si avverte un amaro, un senso di disagio che personalmente
mi ricorda la vecchia imbellettata di Pirandello; hanno
un ché di grottesco le frecciate, le baruffe tra
i tre personaggi che si azzuffano per motivi più
che futili e il registro spesso eccessivo, “stonato”
delle battute.
Ma una buona regia così come un buon testo, deve
anche misurarsi con il presente, rivelarsi e stupire tutte
le epoche, pungere nel “vero vivo” lo spettatore,
attaccarlo là dove è più sensibile;
verrebbe spontaneo pensare che non deve essere molto difficile
trovare oggi giorno un’ambientazione ove rappresentare
la disillusione e il vuoto finesecolare, l’isolamento
e la non-comunicazione; credo che sia così, il mondo
è pieno di “non luoghi” dove ogni giorno
si compiono milioni di riti, dove transitano e a volte vivono
milioni di persone senza che avvenga uno scambio, una cooperazione,
senza che un messaggio riesca a valicare quel solido muro
fatto di pregiudizi, di paure, di ansie tenute insieme dal
collante della quotidianità. Ma è un ambiente
in particolare, un ambiente che non c’è più,
almeno sulla carta, che mi ha attirato: il manicomio, la
casa di cura.. come dir si voglia, ed è qui che è
ambientato questo bizzarro atto unico...
Buon divertimento.
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Scheda
tecnica------------------------------------------------------------
Produzione: Ronzinante
Descrizione dell’allestimento:
l’azione si svolge in uno spazio scenico completa,mente
spoglio e diviso dalle luci in tre aree fisse dove si dispongono
gli attori, due in proscenio e una sul fondo. Lo spazio
minimo richiesto è di 4x3m.
Diritti di rappresentazione:
Il testo non è tutelato dai diritti SIAE
Carico elettrico minimo richiesto:
3Kw
Durata: 30 min. c.ca