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“La proposta di matrimonio”

Atto Unico di Antov Cechov


Leggendo le pagine di Cechov non si può non essere catturati o per lo meno colpiti dall’apatia, dalla mancanza di stimoli della società che egli descrive in molte sue opere.
La vacuità, la stessa del paesaggio russo che Levitan ha più volte dipinto, neve, freddo anche d’estate e un senso di malinconia e al contempo di presagio, di attesa; quella vacuità la ritroviamo nei racconti, nel teatro dei grandi Vanjia, delle Sorelle, dei grandi e classici Giardini così come nel carteggio e ancora nelle opere “minori” negli atti unici e nei vaudevilles come quello che presento oggi.
Nonostante il filtro del comico è facile assaporare anche ne “La proposta di matrimonio” e nel suo apparente carattere giocoso, un’idea di isolamento interiore, di vuoto, di aspirazioni frustrate, di anelito alla bellezza come punto di fuga dalla piatta prospettiva di una Russia di fine secolo, di una borghesia priva di stimoli, animale da molti, troppi anni in gabbia che squarcia l’apatia con lampi nevrotici di energia, monomanie di monadi impazzite.
Spazio e tempo?... nulli! Inesorabilmente fermi, noiosamente fermi in attesa... in attesa di che? In attesa che aspirazioni neanche troppo grandi e irraggiungibili si facciano (da sé) realtà, in attesa che qualcosa cambi.
Non ci si ascolta più nel teatro di Cechov, ognuno bada a sé e recita da sé le sue battute... e lo spettacolo? è un incontro di diverse linee di pensiero che per incanto o più semplicemente per casualità si intrecciano in un testo formalmente coerente ma privo di azione. Reclusi nella loro realtà i personaggi sembrano ripetere meccanicamente un rito, una storia e delle parole, anche nei pochi sprazzi di vivacità si avverte un amaro, un senso di disagio che personalmente mi ricorda la vecchia imbellettata di Pirandello; hanno un ché di grottesco le frecciate, le baruffe tra i tre personaggi che si azzuffano per motivi più che futili e il registro spesso eccessivo, “stonato” delle battute.
Ma una buona regia così come un buon testo, deve anche misurarsi con il presente, rivelarsi e stupire tutte le epoche, pungere nel “vero vivo” lo spettatore, attaccarlo là dove è più sensibile; verrebbe spontaneo pensare che non deve essere molto difficile trovare oggi giorno un’ambientazione ove rappresentare la disillusione e il vuoto finesecolare, l’isolamento e la non-comunicazione; credo che sia così, il mondo è pieno di “non luoghi” dove ogni giorno si compiono milioni di riti, dove transitano e a volte vivono milioni di persone senza che avvenga uno scambio, una cooperazione, senza che un messaggio riesca a valicare quel solido muro fatto di pregiudizi, di paure, di ansie tenute insieme dal collante della quotidianità. Ma è un ambiente in particolare, un ambiente che non c’è più, almeno sulla carta, che mi ha attirato: il manicomio, la casa di cura.. come dir si voglia, ed è qui che è ambientato questo bizzarro atto unico...
Buon divertimento.

----Scheda tecnica------------------------------------------------------------


Produzione: Ronzinante

Descrizione dell’allestimento: l’azione si svolge in uno spazio scenico completa,mente spoglio e diviso dalle luci in tre aree fisse dove si dispongono gli attori, due in proscenio e una sul fondo. Lo spazio minimo richiesto è di 4x3m.

Diritti di rappresentazione: Il testo non è tutelato dai diritti SIAE

Carico elettrico minimo richiesto: 3Kw

Durata: 30 min. c.ca


 

 

 

 

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